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Bullismo: come riconoscerlo

L’aggressività tra compagni di scuola è un fenomeno in allarmante crescita, ma, come spiega Anna Oliverio Ferraris, un’educazione corretta può stroncarlo sul nascere.

Negli ultimi mesi la cronaca ha riportato fatti eclatanti di violenze di minori verso minori che appaiono come la punta di un iceberg di un fenomeno molto esteso: indagini della Società italiana di pediatria registrano che 8 ragazzini su 10 sono stati coinvolti in episodi di bullismo come vittime o testimoni. A Milano, una ricerca del Centro per i diritti del cittadino riporta che il 50,2% degli alunni delle scuole elementari della città e della provincia ha subito prevaricazioni. Abbiamo girato gli interrogativi che molti genitori si stanno ponendo ad Anna Oliverio Ferraris (nella foto), docente di psicologia dell’età evolutiva all’Università La Sapienza di Roma e autrice del libro Piccoli bulli crescono (edito da Rizzoli).

Come si spiega il bullismo in età così precoce?
Per bullismo si intende una sorta di tormento nei confronti di qualcuno (minacce, botte, insulti, furti, ecc.) che continua nel tempo e che può fare la sua comparsa intorno agli 8-9 anni; comunemente, però, si definiscono bullismo anche forme di violenza e prevaricazione estemporanee. È bene distinguere il tormento vero e proprio dallo semplice stuzzicare, più o meno scherzoso, che invece è una forma di interazione tollerabile, spesso reciproca.

C'è più violenza tra i giovani rispetto al passato?
È difficile dirlo, perché non ci sono statistiche. Anche in passato c’erano violenze, però avvenivano quasi sempre al di fuori dalla scuola, sia perché a scuola c’era più controllo e una disciplina più rigida, sia perché la popolazione scolastica era più omogenea, sia perché tra famiglia e scuola c’era una intesa di massima sui metodi disciplinari da adottare.

I luoghi della violenza sono soprattutto nella scuola (aula, corridoi, cortile). Perché?
Perché la scuola è rimasta uno dei pochi luoghi in cui i ragazzi hanno occasione di stare insieme. In passato c’erano la strada, il cortile, la parrocchia...

La scuola può essere ancora considerata un ambiente “protetto”?
Può essere un ambiente protetto se insegnanti, direttori e dirigenti scolastici si impegnano ad arginare le violenze e a prevenirle, e se le famiglie collaborano con la scuola e si impegnano attivamente nell’educazione dei figli. Gli strumenti non mancano. E nel mio libro Piccoli bulli crescono ne parlo abbondantemente. Bisogna però volerli utilizzare. Bisogna voler dedicare del tempo alla socializzazione dei ragazzi, alla relazioni all’interno della comunità scolastica, all’educazione sessuale e dei sentimenti. Bisogna anche controllare gli alunni durante gli intervalli e le ricreazioni. È sbagliato sottovalutare la loro intelligenza, ma è altrettanto sbagliato sopravvalutare la loro maturità. I bambini non riflettono sulle conseguenze dei loro atti e i ragazzi sono più impulsivi degli adulti. Bambini e ragazzi, poi, non sono tutti uguali e alcuni più di altri necessitano di una supervisione, di qualcuno che indichi loro regole e limiti. Nell’adolescenza alcuni ragazzi hanno bisogno più di altri di essere difesi dai loro stessi impulsi. L’insegnante indifferente o rinunciatario, che preferisce non vedere o che si allontana quando ci sono delle aggressioni, rinuncia a indicare quei confini che i ragazzi consciamente o inconsciamente cercano e lascia spazio e potere a chi vuole prenderselo.

I genitori si devono preoccupare?
I genitori non devono entrare in ansia, ma prestare attenzione, seguire i figli, parlare con loro, ascoltarli, osservarli.

E quando mamma e papà lavorano e non trovano occasioni di dialogo? Quali consigli per i genitori “con poco tempo”?
I figli devono sentirsi amati dai genitori, ma devono anche trovare nell’ambiente domestico delle regole coerenti, delle norme di comportamento e dei valori che consentano loro di orientarsi nei rapporti con gli altri, non soltanto nei confronti dei famigliari (i “simili a sé”) ma anche nei confronti dei “diversi da sé”, cioè tutte le persone che incontrano a scuola, in strada, in palestra, in qualsiasi luogo pubblico. Alcuni genitori insegnano il rispetto per papà, mamma e parenti, ma non insegnano il rispetto e la buona educazione nei confronti di coloro che non fanno parte della famiglia. Se questo tipo di educazione viene a mancare, un ragazzo si trova in difficoltà nei rapporti con gli altri e come reazione può diventare aggressivo, oppure apparire insicuro e impacciato. Serve anche molto imparare a comunicare in modo efficace, senza offendere, aggredire o insultare: un tipo di apprendimento che inizia in famiglia e prosegue a scuola.

Come si distingue un bambino “semplicemente” aggressivo da uno violento?
Ognuno di noi ha dentro di sé una dose più o meno grande di aggressività, ciò però non significa che debba trasformarsi necessariamente in violenza. L’educazione che si riceve, gli interessi che si hanno e le attività che si fanno possono incanalare l’aggressività verso obiettivi ed espressioni accettabili. L’aggressività può essere scaricata in attività fisiche, sportive, artistiche; può trasformarsi in impegno sociale, grinta e perfino in creatività.

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