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La tentazione di spiare le loro mosse 

Arriva dall’Inghilterra la notizia di divise scolastiche e giubbotti per ragazzi dotati di Gps incorporato per seguire i figli passo passo o essere avvisati se escono dal percorso


Tutto è cominciato da Blade Runner, marca d’abbigliamento tecnico per polizia e affini che ha messo in commercio un giubbotto per ragazzi in pelle, da 230 sterline (360 euro), con chip Gps che consente di seguire gli spostamenti di chi lo indossa. Poi sono arrivati altri modelli di altre marche, tutti nati con il medesimo scopo: non perdere di vista i propri figli. Insomma, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti è un fiorire di mezzi di controllo per consentire a genitori sempre più ansiosi di spiare i figli istante per istante, controllando ogni loro spostamento,per ora,fra poco forse anche le loro azioni. Una sorta di Grande Fratello parentale che tutto vede e tutto controlla.

DUE DOMANDE
Ma a questo punto sorgono spontanee due domande. La prima è quanto possa essere positivo per i nostri figli. Chi viveva osservato dal Grande Fratello (quello di orwelliana memoria, non quello televisivo che attira orde di giovani pronti a vendersi l’anima per la notorietà, a ogni selezione) felice non era di certo, e nemmeno più propenso al bene, ma solo ossessionato dall’idea di essere visto a far qualcosa di scorretto. La seconda domanda, che nasce da istanze più pratiche, è se tutta questa sete di controllo non nasca dalla mancanza di presenza fisica e di tempo dedicato a educare e conoscere i figli.

L’INTERVISTA
Ne abbiamo parlato con Germana Tomatis, psicomotricista che lavora con bambini delle materne, elementari e medie e si confronta quotidianamente con i nuovi genitori.

Signora Tomatis, cosa pensa di questo controllo a distanza? «Un controllo continuo? Più che proteggere il figlio, mi sembra che serva a esporlo. Se togliamo ai ragazzi qualunque spazio di autonomia, non avranno mai modo di sviluppare la capacità di prevedere e affrontare i pericoli. Un bambino, quando sa di essere da solo, esercita l’immaginazione prefigurandosi i possibili pericoli e le strategie per difendersi. È costretto a individuare i propri limiti e diventa consapevole della propria debolezza e quindi impara a essere prudente. Se sa di essere sempre collegato ai genitori, invece, si sente deresponsabilizzato, magari è anche portato a esporsi di più perché la presenza, sia pure virtuale, dei genitori lo fa sentire meno vulnerabile».

Quindi il rischio è che finisca per cacciarsi nei guai proprio perché si sente protetto? «Certo, ma in realtà il rischio vero è che non diventi adulto, che non impari a badare a se stesso. E attenzione, più si diventa grandi più “i giochi” si fanno pericolosi e prima o poi il controllo genitoriale dovrà cessare. A dire di no, a far conto solo su se stessi e a valutare i propri limiti si impara poco per volta, sono abilità che non si improvvisano da un giorno all’altro, ma che crescono con il bambino mentre affronta sfide via via più importanti».

Insomma, potremmo ritrovarci con adulti impreparati ad affrontare la vita? «Sì, anche perché il sospetto è che il controllo serva a sostituire l’educazione, il tempo dedicato a far capire ai ragazzi cosa è bene e cosa è male e ad aiutarli a crescere. Si guarda il ragazzo sul monitor e si smette di guardarlo negli occhi, di confrontarsi con lui. Un figlio capisce di essere importante anche dal tempo che gli viene dedicato, dal fatto che si organizzi la propria vita anche in funzione dei suoi tempi e delle sue esigenze. Non basta un microchip. Un ragazzo “spiato” avrebbe quindi motivo di sentirsi trascurato e poco stimato dai genitori che non lo ritengono in grado di badare a sé stesso. Così magari diventa anche trasgressivo e ribelle».

IL CORAGGIO DI FARLI CRESCERE
Per alcuni la molla che fa scattare l’ansia di controllo è l’idea di proteggere i figli dai pericoli. Non si capisce però come un genitore che se ne sta in ufficio davanti al suo computer possa intervenire se il figlio attraversa un quartiere malfamato o se corre in moto. Ma allora perché non evitare il microchip e insegnargli a essere responsabile? Insomma, quale che sia il pericolo, l’adulto non può intervenire con sufficiente tempestività, in compenso se un ragazzo decide di fare qualcosa di vietato troverà il modo di ingannare il Gps, magari dicendovi che va a pranzo da un amico mentre ci manda solo il giubbotto. Al contrario, se le regole sono cresciute dentro di lui, non potrà spogliarsene tanto facilmente. E allora l’unico modo di far crescere un figlio resta quello di insegnargli a essere responsabile e poi avere il coraggio di lasciarlo camminare con le proprie gambe, sperando che abbia capito.

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